MUSICA, SPETTACOLO E BODY-ART. L’aspetto postumano nella musica e nella performance. Parte III: 1960-1980 Musica

Alla fine degli anni ‘60 la musica popolare si apre alla sperimentazione (in contemporanea alla “rivoluzione parallela” che avviene nel mondo dell’arte, con la nascita della body-art). Da un lato i progressi della tecnologia, dall’altro la diffusione delle droghe, aprivano ampi e inesplorati scenari ai musicisti e alle band musicali.
Tra i primi sono i Pink Floyd in A Saucerful of Secret (1968) e Ummagumma (1969) a dilatarsi in allucinate saghe interplanetarie e a fecondare i semi dello space-rock, un genere di notevole fortuna soprattutto nella scena alternativa inglese nei primi anni ‘70.
Dopo i Pink Floyd citiamo senza dubbio i Kraftwerk (allievi di Stockhausen), gruppo electropop formatosi nel 1970, direi addirittura paladini di un certo postumanesimo ecologico, assolutamente non estremo, ma determinato.
Per quanto riguarda strettamente la musica, gli anni ‘70 sono caratterizzati dallo space-rock (Tangerine Dream, Ash Ra Temple, Popol Vuh, i più tribali Amon Duul I, il più lirico Klaus Schulze e i Faust, che nel nome richiamano anche l’idea Goethiana di superomismo). Importanti i Cabaret Voltaire, sperimentatori, ironici, anch’essi aperti all’idea di una tecnologia filoumana e The Residents, sostenitori di una “teoria dell’oscurità”, che possono essere considerati i progenitori del plagiarismo, la pratica, cioè, di citare, campionare o copiare di sana pianta pezzi pop o rock.
E anche il rock mostra il suo aspetto più postumano: quale musicista infatti ispira più “alienità” del David Bowie degli anni ’70? Bowie crea un vero e proprio personaggio postumano, confermando questa sua attitudine nei dischi (The Man Who Sold the World del 1970 e The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars del 1972) e nei film che interpreta (L’uomo che cadde sulla Terra, 1976).
Senz’altro postumano è l’album Metal Machine Music di Lou Reed. E postumani sono soprattutto i Throbbing Gristle di Genesis P-Orridge (ex mail e body-artist). I loro intenti erano quelli di scioccare con la violenza dell’impatto visuale, concettuale e musicale attraverso rumori, estetiche nazi-militaresche, pornografia, ecc.). P-Orridge utilizza il termine “industriale”, riconosce come guru William Burroughs, James G. Ballard e filosofi post-moderni come Michel Focault, Jean Baudrillard, Gilles Deleuze e Felix Guattari.
Dalla fine degli anni ’70 e soprattutto negli ‘80 si moltiplicano i gruppi di non-musicisti o ex-musicisti che si cimentano in nuove sperimentazioni. Menzioniamo, in una sorta di brain storming del periodo, il duo newyorkese Suicide, che già nel 1977 avevano tradotto il rock tradizionale in un linguaggio minimal-elettronico, Z’ev (forsennato percuotitore di bidoni, primo di numerosi emuli), i Test Department (politicamente schierati e primi sperimentatori di una certa industrial-dance), Foetus (autori di forti miscele sonore che coniugano rock, elettronica e rumore industriale), The Hafler Trio (musicologi dell’elettronica noise, autori di ricerche sonore pseudocolte), Non (il californiano Boyd Rice, autore di inquietanti dischi di puro rumore che si potevano indifferentemente suonare a 16, 33, 45 o 78 giri), gli Whitehouse (ultranoise in cui pure frequenze sono impastate dalla voce delirante del britannico William Bennett) e The Haters (autore di rumore non-sense, con il pregio dell’ironia, che lo porta a concepire un disco senza solchi e palline di vinile).

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