Robert Sheckley ci parla di filosofia e fantascienza

"Buon giorno signori, accomodatevi. Sistematevi su queste sedie rinascimentali dalle alte spalliere. Da esse si gode una ottima vista del giardino con i suoi fiori del male che stanno cominciando a fiorire. Posso versarvi un bicchiere di Chianti-Cola'09, una delle nostre migliori annate? Totò, il mio servitore androide, mi ha consegnato via Internet la lista delle vostre domande ed io sono certo che non avrete nulla da obiettare se le riordino secondo il mio capriccio."

È così che comincia il breve testo di Robert Sheckley, un testo filosofico in cui il noto scrittore statunitense di fantascienza ci illustra quella che è la sua percezione del processo di scrittura, cosa significa per lui creare legando assieme catene di parole. 
Segue il resto del testo, pubblicato originariamente su geagea.com, trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA.

"Ironia a parte il mio lavoro è scrivere, e scrivere è la mia vita. La mia relazione con chiunque e qualsiasi cosa avviene attraverso la scrittura. Scrivere è la mia gloria e la mia pena. Scrivendo della mia filosofia della scrittura io scrivo della mia visione della filosofia in generale. Ma questa filosofia non è mai fissa, mai definitiva. Mentre continuo a vivere, essa continua a crescere. E non posso neppure chiamarla "filosofia dello scrivere".
E' solo il pensiero perennemente in formazione di un uomo che definisce se stesso attraverso il suo scrivere.
Jung è uno dei miei maestri. Ma Hillman tocca il mio cuore. C'è una lezione da imparare, non in ciò che egli dice - nonostante ciò sia importante _ ma in come egli lo dice. Questo è il tipo di cosa a cui io sono interessato in quanto scrittore. Hillman è brillante, classico nello stile, paradossale, senza paura di ripetere se stesso per raggiungere i suoi scopi. E' un precisionista del linguaggio, parlando di cose che per altri versi non ammettono precisione.
L'espressione è il cuore del mio bisogno. Esprimere una cosa significa esprimere me nella cosa che scrivo e riconoscermi nella cosa che ho appena descritto.
Interesse è ciò che inseguo quando la mia anima cerca di scrivere nel "sottomondo" hillmaniano. Non so cosa ad essa interessi, né come possa trovare un modo interessante di dirlo. Senza questo struggente interesse, non c'è nulla.
Scoprire cosa mi interessa, e come dirlo, è il costante progetto della mia vita. Più cambia e più rimane uguale a se stesso. E cambia sempre. Ho bisogno di una retorica sincronizzata sul mio interesse. Ho bisogno di una sintassi che abbandoni le vecchie regole, che trovi una sua via attraverso gli scivolosi pendii delle frasi. Il flusso non può venire codificato: è sempre una faccenda di nuovo vino in vecchie bottiglie.
Parlare con stranieri è un paradigma per comprendere molto con poche parole e minima sintassi. Nella fantascienza abbiamo nuove menti, asfissiate da una vecchia retorica, che cercano comunque di comunicare qualcosa.
Spesso noto che la via più corretta non è la strada migliore. La mia mente si strozza se io rispetto troppo le regole della sintassi e delle usanze. E' meglio abbandonare il formalismo, permettere una maggior percentuale di rumore nel segnale - trovare il mio equivalente personale allo "sbadiglio barbarico" di Walt Whitman.
Nel suo recente libro "Il posto dell'anima", Gary Zukav parla di spiriti guida che possono, a richiesta, venire in aiuto allo scrittore. Zukav è uno scrittore scientifico, ma questo verrebbe dai più dichiarato antiscientifico. Quali evidenze abbiamo circa la reale esistenza degli spiriti guida? Anche Jung però parlò di tale funzione, e Robert A. Johnson, uno psicologo junghiano americano, ha scritto un libro chiamato "Il Lavoro dentro", riguardo ai modi in cui contattare le "personalità che ci abitano". A questa dimensione Jung si riferiva quando parlava di "Immaginazione Attiva". In quanto scrittore, io ho bisogno di usare questa funzione. Ma non la chiamo con nessuno dei nomi esistenti, ciò mi farebbe sentire dogmatico. Per essa andrebbero trovati altri nomi, oppure nessun nome del tutto. Ho bisogno di una retorica espressiva.
Nell'introduzione della sua collezione seminariale "The Kandy Colored Tangerine-Flake Streamline Baby", Tom Wolfe descrisse come giunse a scrivere il pezzo con quel nome. Non riusciva a pensare ad una cosa da dire, né a trovare un modo per iniziare. Scrisse pagine di annotazioni. Infine spedì l'intero malloppo al suo editore. L'editore Esquire tolse la parola "saluti" e mise in scena il pezzo così com'era. Il pezzo è diventato un classico. Ma la lezione è stata imparata? Ho io imparato la lezione? Oggi, circa trent'anni dopo averlo letto per la prima volta, ho un'idea circa cosa accadesse a Wolfe.
Tirò fuori il crudo e scoprì che era cotto.
E Goethe, nei suoi anni maturi, era molto eccitato da ciò che chiamava l'intima trasformazione alla quale egli assisteva e che avveniva in lui. La seconda parte del Faust era il risultato di questa segreta trasformazione. La maggior parte delle persone la trova illeggibile. E' un monumento, ma a cosa? A me, mostrando a me, accennando a me cosa io debba fare. C'è un detto qui in America "Per un cavallo morto, un cenno o un ordine sono la stessa cosa". Questo è il tipo di messaggio di cui ho bisogno per continuare la mia personale e intima trasformazione.
Penso a me stesso come ad un avventuriero. Esco, giorno dopo giorno, alla ricerca di un elusivo qualcosa che non posso o non voglio definire, ma che diviene, con un po' di fortuna, un brano scritto. Per trovare questo finisco nel caos, ed il caos mi conduce alle "Sette Lezioni di Vita sul Caos" di Briggs and Peat's, un tentativo di trovare le lezioni sociali e psicologiche della Teoria della Complessità e della Teoria del Caos. Noto che gli stadi di avvicinamento al caos sono caratterizzati da depressione, mentre l'arrivo da entusiasmo. Noto che tutto produce su di me una forte attrazione come un focus vivente. Il lavoro dello scrittore, così come quello dell'universo stesso, si auto-organizza. Ma come è possibile utilizzare questa consapevolezza per la fantascienza?
Essa è il mio laboratorio. Ai suoi muri sono appesi vecchi dèi, frammenti di scritti di altre persone, i miei sogni e le mie intimazioni ed io vado là, risucchiato dal mistero e dal fascino del luogo. Pubblico i miei successi e talvolta pure i miei insuccessi.
Il momento di entusiasmo creativo inevitabilmente passa. Rimane un senso di mancanza. Dalla vita vibrante cado nella morte-in-vita del sottomondo di Hillman. Come le altre ombre là, muoio dalla sete di sangue, sangue vivente. Ogni tanto il mio spirito guida me ne porta una coppa piena. E allora facciamo una festicciola.
Ed allora scopro che per parlare in modo naturale, devo trovare un modo artificiale di parlare. Così la ricerca, istante per istante, di quell'artifizio che renda conto della propria natura interiore, diviene la ricerca di una vita. E' questo alla fine tutto ciò che mi interessa".

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