Crollo Mortale, un fantastico racconto breve di J.G. Ballard

Già pubblicato dalla rivista letteraria trimestrale Sagarana, con la traduzione di Nausikaa Angelotti, quello che segue è un brevissimo racconto del grande autore di fantascienza J.G. Ballard intitolato Crollo Mortale. Un racconto che ci parla di uno dei monumenti più simbolici d'Italia: La Torre di Pisa, ovviamente con l'immaginazione e il sense of wander che ha sempre contraddistinto lo scrittore britannico. Sempre in ambito di letteratura, vi segnaliamo inoltre l'ormai importante Premio Kipple 2014 per romanziQui troverete il bando!
Buona lettura!

Crollo Mortale
di J.G. Ballard

Sono passati tre anni dal crollo della torre di Pisa, ma solo adesso riesco ad accettare il ruolo cruciale che rivestii nella distruzione di quell’eccezionale pezzo di storia. Più di venti turisti trovarono la morte mentre quelle migliaia di tonnellate di marmo perdevano la loro saldezza in aria e crollavano a terra. Tra loro, mia moglie Elaine, che era salita fino al livello più alto e stava guardando in basso verso di me quando la prima crepa visibile comparve alla base della torre. Mai tragedia e trionfo furono così intimamente intrecciati, come se la superbia di Elaine nello sfidare quei gradini logori e scivolosi fosse stata punita dalle forze invisibili che per così tanti secoli avevano sorretto quella massa sbilanciata di arte muraria.
Adesso mi accorgo che c’era un altro elemento quel giorno, farsesco. Un turista, che per caso si trovava sui gradini del Duomo aveva scattato una foto della torre nel preciso momento in cui la crepa raggiungeva il terzo piano e un pezzo di cornicione rivelatore iniziava la sua discesa verso terra. La fotografia, pubblicata infinite volte in tutto il mondo, ritrae chiaramente i quattro turisti sbigottiti dell’ultimo piano. Tre di loro si fanno indietro, poggiandosi sui talloni, le mani alzate ad afferrare il cielo, consci del fatto che l’antico campanile si è mosso sotto i loro piedi.
Elaine, lei sola, ha già conquistato il parapetto, e fissa il prato che la aspetta, quasi sessanta metri più in basso. Con una lente di ingrandimento, si può vedere che, fedele al suo carattere arguto e beffardo, Elaine non mostra quasi segno di preoccupazione. Il suo sguardo si è accorto del cornicione che precipita, e a me piace pensare che stia già progettando una causa contro il comune di Pisa per avere trascurato la sicurezza dei turisti, raccogliendo le prove da presentare a tempo debito ai suoi legali.
Più o meno dieci turisti, visibili ai piani inferiori, continuano a farsi strada, tondo tondo, tra i piani inclinati, barcamenandosi tra le sottili colonne mentre percorrono i trecento scalini fino al tetto. Un padre e la sua figlioletta salutano i turisti che stanno sotto, due marinai italiani in uniforme fanno i buffoni per le loro fidanzate, fingendo un attacco di vertigini, e una coppia di anziani si ferma a riposare, dopo avere raggiunto il primo piano, determinata a completare l’ascesa. Nessuno di loro vede il cornicione che precipita e la sottile cascata di polvere di malta.

L’unica figura a terra consapevole dell’imminente catastrofe è un uomo in giacca bianca, col panama in testa, ritto ai piedi della torre, con tutt’e due le mani alzate verso il fianco di marmo. Ha il viso nascosto, ma tiene le braccia puntate contro la pietra cedevole, la schiena arcuata sulle gambe in tensione. Si capisce che, con quella mossa disperata, sta cercando di tenere in piedi la torre che sprofonda e sta per annientarlo.
O almeno così tutti immaginano. Gli autori delle didascalie dei quotidiani, i commentatori dei servizi televisivi, tutti encomiano la prodezza di quella figura solitaria. A sorpresa, l’uomo non è mai stato identificato, e né il cappello, né la giacca bianca sono stati rinvenuti nel cumulo di macerie rimosso in seguito, pietra dopo pietra, dall’infelice sito.
Ma cercava davvero di sostenere la torre, o piuttosto, voleva aiutarla nella sua discesa? Io sono senz’altro in grado di rispondere alla domanda, poiché sono l’uomo col panama in testa, il marito che Elaine, negli ultimi istanti di vita, fissa con tanto trionfo.

Inutile dirlo, mi misi in salvo, correndo tra la polvere e i turisti urlanti mentre la terra tremava e un diluvio di muratura cadeva dal cielo. Un’immensa nuvola di marmo polverizzato avviluppò la piazza, e ricordo di avere incespicato tra camerieri sconvolti dal terrore e tassisti che fissavano quel campo di devastazione; non solo la torre era scomparsa, ma aveva trascinato con sé il loro stesso sostentamento. Se avessero saputo che il responsabile ero io, mi avrebbero linciato seduta stante, quanto a me fino a oggi ho taciuto, ancora attanagliato dal rimorso di così tante morti, tutte di fatto innocenti, tranne una.

Per certi versi la distruzione della torre era già scritta giorni prima di quello sventurato viaggio in Toscana. Il nostro matrimonio, problematico fin dall’inizio, si era fatto sempre più teso nell’ultimo anno. Elaine mi aveva sposato in preda a una delusione sentimentale, per ripicca verso un amante infedele, ma ben presto aveva deciso che suo marito, docente di materie classiche presso un’università minore, era minore da ogni punto di vista. Stavo perdendo i miei studenti per causa di una movimentata riforma dei curricula scolastici, che avrebbe alla fine portato all’eliminazione dai programmi del latino e del greco, rimpiazzati da studi culturali e discipline della comunicazione. Il mio rifiuto di intentare causa all’università, così aveva deciso Elaine, era un segno della mia innata debolezza, una fragilità che in poco tempo si estese al talamo nuziale.
Rivendicando la mancata consumazione della nostra unione, Elaine consultò un avvocato con l’intento di divorziare, ma fu persuasa a compiere un ultimo sforzo per salvare la relazione. Il nostro matrimonio divenne una successione di armistizi negoziati, in cui perdevo sempre più terreno. Nella speranza di poter ancora recuperare qualcosa, e di tornare alle poche settimane di felicità che avevamo conosciuto dopo le nozze, suggerii una vacanza in Italia. Avevo stabilito di tenere tre lezioni all’Università di Firenze, che avrebbero ripagato il costo dei biglietti, e poi saremmo stati liberi di spassarcela nella campagna toscana.
Elaine accettò, sebbene a malincuore; il suo primo marito era un architetto modernista e lei aveva sempre affermato di detestare il passato, il territorio di cui mi ero appropriato, e fingeva di preferire la California e il Texas. Ma come atterrammo all’aeroporto di Pisa e prendemmo il treno per Firenze il suo interesse per il Rinascimento italiano si rianimò in un modo che trovai quasi misterioso. Dopo avere tenuto le mie lezioni, Elaine scaraventò entrambi in un febbrile turbinio di attività turistiche. Infaticabile, insisteva nel visitare ogni chiesa e battistero, ogni museo e cattedrale. Ero sconcertato da quella passione per il passato, finché non mi accorsi che le visite a quei siti storici avevano messo in luce la mia ennesima debolezza.
Quando prendemmo l’ascensore cigolante della cupola del Duomo di Firenze, Elaine scoprì che avevo il terrore del vuoto, una paura di cui io stesso non mi ero mai reso conto, ma che lei non esitò a portare agli estremi. Sconvolto dallo spazio che incombeva sotto la cupola, riuscii a malapena a impormi di uscire dall’ascensore. I miei occhi non volevano saperne di concentrarsi sulle pareti arrotondate, e sentii il battito del cuore rallentare, e lasciarmi sull’orlo di uno svenimento.
Gesticolai a Elaine e mi rifiutai di seguirla per l’angusta galleria. Quasi incapace di respirare, aspettai mentre lei completava fiera il giro della cupola, e non smetteva di chiamarmi con una voce insistente che mi mise in imbarazzo davanti agli altri turisti. Eppure, come lasciammo il Duomo si fece stranamente premurosa, e mi prese a braccetto con fare turbato e rassicurante. Lungi dal deridermi, sembrava sinceramente spaventata dal mio momento di panico.
Nonostante tale prova di affetto, di lì a poco mi accorsi che il nostro tour della Toscana si era trasformato in una serie di ascese verticali. Non ci fu spalto che non scalammo, né scalinata consunta su cui non salimmo. A Palazzo Vecchio, col pretesto di mostrarmi la vista spettacolare della città, mi obbligò ad affacciarmi alle stesse finestre da cui Lorenzo de Medici aveva fatto appendere i congiurati soppressi che complottarono contro il suo regno. Vidi il Duomo di Siena dal tetto in giù, quasi esalando l’ultimo respiro nel minuscolo campanile. E per tutto il tempo Elaine mi guardava con quel sorriso affettuoso e persistente, come una sorella maggiore che osserva la timida sorellina. Stava cercando di curare la mia paura del vuoto, o di provocare la mia personale sensazione di inadeguatezza?
Una sorta di climax fu raggiunto a San Gimignano, quel surreale borgo di torri, eretto nel Quattordicesimo secolo da famiglie rivali all’interno della città-stato indipendente. Mentre Elaine si spostava instancabile da una torre all’altra, io battei la ritirata in un bar dietro alla cattedrale e alle sue macabre immagini dell’inferno. Per tutto il pomeriggio Elaine non fece che fissare le torri, ammirando quei simboli di eretta virilità, la stessa di cui suo marito era incapace, poi si sedette e mi sorrise raggiante, mentre l’autobus turistico ci riportava a Firenze.
Tre giorni dopo, quando arrivammo a Pisa per il volo di ritorno a Londra, la campagna di Elaine mi aveva ormai sbaragliato. Eravamo entrambi impazienti di tornare in Inghilterra, io alla sicurezza del mio ufficio universitario, lei dal suo legale. Avevamo fatto i bagagli in silenzio, e raggiunto l’aeroporto di Pisa con due ore di anticipo rispetto al volo. Com’era inevitabile, ci ritrovammo a prendere un taxi per la città. Leggendo la guida, Elaine aveva descritto il Battistero e il Duomo con fervore, ma io sapevo che la nostra reale meta era il campanile lì accanto, quel fallo di marmo che sembrava eccitarla persino più delle torri di San Gimignano.
Scesi dal taxi e alzai gli occhi per ammirare la struttura da capogiro, con i pavimenti pericolosamente inclinati. Senza proferire parola, Elaine si allontanò a grandi passi in direzione della torre. Pagò il biglietto e prese a salire gli scalini dietro a due marinai in uniforme e a un padre con la figlia. Man mano che raggiungeva un nuovo livello, volgeva lo sguardo verso di me, con il ghigno affettuoso di chi la sa lunga, e un disprezzo che cresceva piano dopo piano.
Rimasi in piedi sulle scale del Duomo, ancora sorpreso dall’irta inclinazione della torre, di cinque metri buoni rispetto alla verticale. E nonostante la mia presenza, mi augurai che quella struttura, che ogni anno pendeva di qualche millimetro in più, deliberasse in quel preciso momento per il crollo da tempo preannunciato.
Poi, come Elaine raggiunse il penultimo livello, avvertii la necessità di toccare la torre, di sentire sotto la pelle quel marmo spietato. Lasciai il Duomo e attraversai l’erba calpestata, dove i turisti sedevano al sole, e salutavano gli amici in alto, sopra di loro. Ignorando la biglietteria, passeggiai attorno al pozzo di pietra che circondava la torre. Poggiai la mano sul marmo antico, la superficie picchiettata da graffiti secolari, le venature marmoree simili a fossili. La torre era troppo eretta e troppo vecchia. Premetti contro l’enorme fiancata, assecondandone la direzione.
Otto piani sopra di me, Elaine aveva raggiunto il tetto e stava in piedi dietro i marinai ansimanti. Con tutto il fiato ancora in corpo, afferrò la ringhiera di ferro e sorrise verso di me, implacabile come non mai, scrollando lentamente la testa davanti alla mia debolezza.
Infuriato per l’evidente disprezzo, spinsi ancora contro il solido marmo. La parete si rifiutava di retrocedere, ma quando sollevai la mano mi accorsi che una piccola crepa era comparsa sulla superficie, in fuga da un nodo scolorito di calcare frantumato. Incuriosito, provai a spingere ancora, per poi vedere che la crepa si era allargata. Si spostava verso l’alto a un ritmo appena visibile, e poi saettò in avanti, scalando la parete come l’improvvisa fenditura di una lastra di ghiaccio. Lunga quasi un metro, attraversò una modanatura decorativa e salì svelta verso il cornicione del primo livello.
Ridendo a quello spettacolo, premetti entrambe le mani sul fusto di marmo. Subito la crepa accelerò, e udii un rombo lontano, il gemito cupo di una creatura che si risvegliava dalle viscere della torre. La crepa era ormai una fenditura spaccata, attraverso la quale potevo vedere le scarpe del vecchietto terrorizzato, che si riposava prima di procedere, con la moglie, al secondo piano. Una sottile pioggia di polvere e cemento sbriciolato mi inondò il viso. La torre intera tremava sotto le mie mani, e un pezzo del cornicione tagliò l’aria, seguito da una scarica di frammenti, ciascuno più grande di un mio pugno.
La torre di Pisa stava per crollare. Gli diedi un’ultima spinta, con tutt’e due le braccia distese, e sentii il rimbombo straziato, come se da qualche parte la spina dorsale di quel magnifico edificio cominciasse a incrinarsi. Indietreggiai, consapevole che l’edificio stava per franarmi addosso, e poi alzai lo sguardo verso il tetto, dove Elaine stava abbarbicata alla ringhiera di ferro.
La torre cedette, le colonne si rovesciarono come birilli in una corsia di bowling. Negli ultimi istanti, mentre Elaine veniva sbalzata dalla ringhiera, vidi il suo viso cadermi incontro, e un’espressione di rabbia che, appena si accorse di me là sotto, divenne innegabilmente trionfo.

Oggi una seconda Torre di Pisa si erge sul sito della prima, finanziata dall’appello mondiale lanciato subito dopo la tragedia. La struttura, stavolta montata su una base di cemento irremovibile, ha raggiunto il terzo piano, e già rivela la modesta inclinazione con cui è stata progettata. Questa torre, supportata da una rigida armatura in acciaio, non cadrà mai, e nel giro di qualche decade buona parte dei visitatori avrà dimenticato che si tratta di una mera replica.
Per quanto mi riguarda però, la torre originale rimane un pensiero reale come non mai. Spesso mi sveglio da sogni terrificanti, mentre tonnellate di marmo mi si schiantano addosso. Poi mi ricordo che è stata Elaine a morire quel giorno. Ricordo l’espressione del suo viso, il fiero orgoglio che le dardeggiava negli occhi.
Avrà pensato di essere lei a trionfare su di me una volta per tutte, e sarà stata felice di vedermi schiacciato dalla cascata di colonne ruzzolanti? Ricordo le pietre che mi si abbattevano sulle spalle mentre cercavo invano di allontanarmi dalla torre. Da ultimo, come rivela un video amatoriale, la struttura parve deformarsi, torcendosi in un tentativo disperato di rimanere eretta. Oscillò allontanandosi da me, e risucchiò verso lo spiazzo ai piedi della cattedrale Elaine, la muratura che franava e le colonnine mulinanti.
Fuggii, ma l’espressione trionfante negli occhi di Elaine mi sconcerta tutt’ora. Mi avrà visto spingere la torre e avrà pensato che ero io il responsabile del crollo? Sarà stata fiera di me per averla odiata con tanta ferocia, e, per avere alfine scrollato la mia impotenza ed essermi preso una rivincita? Forse è stato solo nella sua morte che ci siamo amati per davvero, e, dopo secoli di attesa, la torre di Pisa ha visto realizzato il suo scopo.

Archivio