Orwell contro Huxley. Una terribile verità?


Stuart McMillen. È vero che in un articolo dove si nominano due fra i più grandi nomi non solo della fantascienza, ma anche della letteratura mainstream del secolo passato, iniziare con un nome quasi sconosciuto può sembrare strano, specialmente se non si tratta nemmeno di uno scrittore. Eppure proprio una striscia di questo fumettista, Amusing ourselves to death (Divertendoci a morte), interamente riprodotta in coda al pezzo, sembra invitarci a una riflessione importante.
George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair) e Aldous Huxley hanno saputo dissezionare, forse meglio di qualsiasi altro autore, il fenomeno della dittatura, costruendo dei modelli distopici entrati oggi a far parte della cultura popolare.
Eppure – e questo punto come vedremo è importantissimo – si tratta di due forme dittatoriali di natura molto diversa, quasi opposte.
Da una parte abbiamo la dittatura esplicita descritta nel romanzo di fantascienza 1984 da Orwell appunto, fatta di oppressione, censura, manipolazione dell'informazione, limiti materiali come quelli dettati dai confini degli Stati in guerra e, soprattutto, sofferenza. Insomma la medesima realtà dittatoriale che si è manifestata concretamente negli eventi che hanno portato al secondo conflitto mondiale. Il libro fu infatti scritto nel 1948. Il lavoro di Orwell non è quindi tanto un gettare lo sguardo oltre, quanto una riflessione su ciò che il mondo aveva già subito. Forse per questo oggi l'Occidente sembra in qualche modo vaccinato contro questo tipo di totalitarismo. L'abbiamo già vissuto, se non direttamente attraverso le testimonianze di persone a noi vicine.
Ma esiste anche un'altra forma di dittatura, questa forse molto più pericolosa perché subdola, una rete invisibile che si estende, specialmente grazie ai mass media ma non solo, fino a catturare nelle sue maglie la gente, senza che però questa se ne accorga. Parliamo della dittatura articolata da Huxley in Brave New World (Il nuovo mondo) e in altri suoi lavori di critica sociale.
L'opera di Orwell, anche grazie al famoso reality show Grande Fratello, è molto più nota di quella di Huxley. Non per questo Il mondo nuovo è però meno importante. Tutt'altro. Potremmo addirittura scoprire che quest'ultimo è molto più rilevante per la nostra società occidentale di quanto non lo sia quella descritta nelle pagine di 1984.
Ecco, riassunte in pochi punti essenziali, alcune delle divergenze principali (le stesse indirizzate dalla striscia di Stuart McMillen):


  • Orwell: Censura dell'informazione.
  • Huxley: Proponeva che non ci sarebbe stato alcun bisogno di censurare i libri perché tanto alla gente non sarebbe importato leggerli.
  • Orwell: Poche notizie filtrate e manipolate.
  • Huxley: Information overload, ovvero bombardare lo spettatore di così tanti dati da renderlo incapace di distinguere fra buona e cattiva informazione, spingendolo nel baratro dell'alienazione, dell'egotismo. Stordito dal bombardamento mediatico, lo spettatore preferisce, ad esempio, i quiz televisivi.
  • Orwell: Temeva uno Stato-prigione.
  • Huxley: Temeva la cultura della trivialità. Gente a cui importa solo di ciò che riesce a distrarla. La gente vuole essere distratta, perché lo preferisce al peso della responsabilità di vedere la realtà per quello che è. Preoccupazione questa simile a quella che espresse prima di lui il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche che, nel suo insuperato capolavoro Così parlò Zarathustra, scrisse: Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è nostalgia? Che cosa è stella? Così chiede l'ultimo uomo e ammicca.
Se Orwell si guardava alle spalle commentando ciò che era già successo, esasperandone ogni aspetto come è giusto che sia nella narrativa fantastica, Huxley osò invece essere il primo a sbirciare dietro l'angolo. La dittatura di Orwell è basata sulle punizioni, sul dolore. Quella di Huxley è invece totalmente animata dal piacere. Ed è questa forse la differenza più importante. Nella tecnodistopia di Huxley sono proprio le cose che amiamo a imprigionarci e distruggerci. Impossibile non pensare, solo per fare qualche esempio, ai fast food, ai ragazzi alienati dai video game, alla droga, all'abuso degli psicofarmaci, al mondo dello showbiz. E allora la domanda, per quanto terribile, che ognuno di noi a questo punto dovrebbe porsi è se non stiamo già vivendo a nostra insaputa nella società descritta da Huxley?
Forse la fantascienza ci ha avvertiti, ma noi non l'abbiamo ascoltata.


In chiusura, le parole di Huxley in una lettera indirizzata a Orwell: La sete di potere può essere soddisfatta nella sua pienezza inducendo le persone ad amare il loro stato di schiavitù, piuttosto che ridurle all’obbedienza a suon di frustate e calci. Insomma, penso che l’incubo descritto in 1984 sia destinato a evolversi in quello descritto in Il nuovo mondo, se non altro come esito di una necessità di maggiore efficienza.

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